Il progresso in Lucrezio e in Vitruvio

1. Precedenti letterari della concezione del progresso

È interessante notare l’originalità con cui Vitruvio affronta e risolve il problema del progresso, coerentemente con le finalità e i principi alla base della sua opera. Numerosi sarebbero i paragoni nella letteratura greco-latina. Già nel secolo VII a. C. il poeta greco Esiodo si era interessato alla storia dell’umanità, trattata nel suo poema Le Opere e i Giorni. A partire dall’impero di Zeus la storia dell’umanità comincia con il furto del fuoco da parte di Prometeo, ed il successivo castigo inviato da Zeus, Pandora, che diffonde i mali fra gli uomini. Esiodo divide la storia in cinque età. Quella dell’oro, della felicità perfetta, durante la quale l’uomo vive in armonia con la natura senza la necessità del lavoro e della fatica, termina con l’arrivo di Pandora. Quella dell’argento, nettamente inferiore alla precedente, è l’età della spensieratezza e dell’incoscienza, nella quale la giovinezza dura cento anni, ed è distrutta da Zeus a causa di manifestazioni di ubriV.

La terza stirpe del bronzo è quella degli uomini possenti e guerrieri, bramosi di Ares e di violenza. La quarta età è quella degli eroi, nella quale trovano spazio tutti i racconti della tradizione mitologica. L’ultima, contemporanea al poeta, è quella del ferro, la peggiore, nella quale beni e mali si mescolano e sono difficilmente distinguibili; la fatica del lavoro opprime l’uomo, ma allo stesso tempo lo nobilita e lo purifica.

È chiara in questo racconto un’idea di decadenza e di ciclicità nel susseguirsi delle epoche. Il procedere delle ere è determinato quindi sostanzialmente dalla ubriV umana e dalla conseguente reazione divina. Niente di più lontano dall’analisi razionale vitruviana, che cerca sulla terra le cause del progresso umano, ma di un progresso in positivo.

Riferimenti occasionali alla nascita del cosmo e dell’umanità si trovano anche nell’ecloga VI delle Bucoliche virgiliane, nella quale il vecchio Sileno canta l’aggregarsi primordiale degli atomi per formare il mondo secondo la dottrina epicurea. Dopo il formarsi della terra, dell’aria, del mare, delle selve, delle pietre scagliate da Pirra si generarono gli uomini: seguono poi brevi accenni sulla vicenda di Prometeo e su altre vicende mitologiche.

L’approccio virgiliano al problema non è però nemmeno vagamente paragonabile a quello vitruviano (il tema del progresso non è neanche ricordato). Al poeta mantovano non interessa la verità dei fatti narrati o offrire una sistemazione razionale dell’argomento. La rievocazione del mito, in effetti poco approfondito, è solo un motivo per sollevare il poema a un tono cosmologico e mitico.

Funzione preminente ha invece la narrazione del passaggio dall’età dell’oro a quella del ferro (Georgiche 1, 118-159) di chiara matrice esiodea. Non sono percorse tutte le cinque ere, ma è evidente il contrasto tra la tranquilla e beata vita agreste, favorita dalla gratuità delle offerte della natura e la successiva epoca, segnata dall’estenuante fatica del lavoro. La narrazione si inserisce pertanto nell’intento di definire il lavoro come necessario al progresso umano e alla redenzione morale.

Frontespizio della II edizione aldina del De Rerum Natura (1515).

In evidenza quello che oggi verrebbe chiamato il logo di Aldo Manuzio: il delfino avvinto all’ancora, replicato dal motto (qui assente) Festina Lente (affrettati con calma).

2. Lucrezio e il V libro

Oltre ai temi affini a quelli trattati dagli antichi filosofi naturalisti, Lucrezio dedica un’ampia parte dell’opera alla storia del mondo: tutta la seconda metà del libro V (vv. 772-1457) tratta dell’origine della vita sulla terra e della storia dell’uomo. Né gli animali, né gli stessi esseri umani sono stati creati da dio, ma si sono formati grazie a particolari circostanze. I primi uomini conducevano vita agreste, al di fuori di ogni vincolo sociale: la natura forniva il poco di cui avevano bisogno; non per questo erano privi di pericoli: le fiere sbranavano molti di loro (vv. 925 e seg.). Fra le tappe del progresso umano quelle positive (la scoperta del linguaggio, quella del fuoco, dei metalli, della tessitura e dell’agricoltura) sono alternate ad altre di segno negativo come l’inizio dell’attività bellica o il sorgere del timore religioso.

È evidente in tutta la trattazione il desiderio del poeta di contrapporsi alle visioni teleologiche del progresso umano assai diffuse nella cultura del tempo: la natura segue le sue leggi;, nessun dio la piega ai bisogni dell’uomo. Lucrezio non crede all’esistenza di una mitica età felice in cui l’uomo viveva come in un paradiso terrestre dal quale il degenerare delle ere lo ha irrimedia-bilmente allontanato. Il progresso materiale, fin quando è stato ispirato al soddisfacimento di bisogni primari, è valutato positivamente, mentre riserve di Lucrezio si concentrano sull’aspetto di decadenza morale che il progresso ha portato con sé: il sorgere dei bisogni innaturali, della guerra, delle ambizioni e cupidigie personali ha corrotto la vita dell’uomo. Ma quella di Lucrezio non è una visione sconsolata e pessimistica: a questi problemi l’epicureismo è in grado di fornire una risposta invitando a riscoprire che “di poche cose ha davvero bisogno la natura del corpo” (1120).

Il discorso di Lucrezio colpisce noi moderni perché sembra in parte anticipare le teorie di Darwin. Dobbiamo però osservare che, se Lucrezio ha una certa intuizione della selezione naturale (nella lotta per l’esistenza sopravvive chi ha i migliori strumenti e li sa usare), assolutamente estraneo a lui è il concetto di evoluzionismo: le specie animali restano immutate. L’uomo, è vero, si evolve perché nel corso dei secoli perde robustezza e resistenza ai disagi materiali, mentre, stimolato dalla natura, acquista capacità tecniche che sono alla base del cosiddetto “ progresso”, e gradatamente si associa ai suoi simili, imparando a comunicare con loro e stabilendo via via consuetudini e leggi di convivenza.

La questione fondamentale è se Lucrezio creda nel progresso o con nostalgia idealizzi lo stadio primitivo di vita umana. In effetti guardando con occhio materialista alla realtà dei fatti, Lucrezio non ignora le difficoltà del cosiddetto “stato di natura” e non lo idealizza affatto come i cantori dell’età dell’oro. D’altra parte si avvede che il progresso nato dalle successive risposte a certe necessità, ne ha create e ne crea continuamente delle altre. Di lì deriva quella che è apparsa ad alcuni come nostalgia “del primitivo” ed è in realtà presa di coscienza; infatti vi fu un momento in cui la natura bastava all’uomo, il quale nei suoi limiti di “selvaggio” non chiedeva di più. Tuttavia l’uomo non poteva sottrarsi al “progresso”, non poteva non affinare le sue capacità di approfondimento e di sfruttamento delle nozioni acquisite. Il bilancio finale? Quello contenuto nei vv. 988 e seg.: non si muore oggi meno di ieri, semmai in modo diverso, non più per debolezza e ignoranza, bensì per rischi scelti volontariamente. Lucrezio non rimpiange il lontano passato, né rinnega il progresso: ne denuncia i limiti. Un unico vero avanzamento è dato dal lume della filosofia epicurea che, smascherando ogni falso timore, ha svelato la via della vera “voluptas”.

Frontespizio dell’edizione del 1567 del De Architectura, conservata nella Biblioteca comunale di Formia

3. Libro II di Vitruvio e la proiezione vitruviana del progresso nella storia dell’umanità

Vitruvio esprime la sua concezione e la sua opinione sul progresso dell’umanità nel II libro del De Architectura. Il motivo di questa rievocazione secondo una dinamica storica dell’incivilimento umano è da ricercarsi nella sua volontà di reagire alla scarsa considerazione sociale dei tecnici nell’antichità greco-romana e di dimostrare la dignità culturale della professione di architetto” (L. Perelli). L’architettura, infatti, è nata nel momento stesso in cui gli uomini hanno cominciato a vivere in comunità e a comunicare tra loro, dirette conseguenze derivate dalla scoperta del fuoco, la prima grande tappa dell’umanità.

Con la sua esclusiva capacità di imitare la natura e di ricavare da essa gli strumenti a lui necessari, il suo naturale istinto a confrontarsi con gli altri per eccellere e migliorarsi, l’uomo, in una serie di fasi che ricordano quelle di Lucrezio, che dallo stadio selvaggio conducono a stadi sempre più avanzati, è riuscito a conquistare quel livello di civiltà di cui tanto Roma andava fiera. Vitruvio parla in tal senso con la convinzione di compiere un vero e proprio dovere nei confronti dei suoi contemporanei e di tutta quanta la res publica. Ad una prima lettura l’esposizione di Vitruvio risulta meno curata, soprattutto se la si confronta con quella dei trattati filosofici di Cicerone, ma il suo grande merito è quello di aver introdotto nella lingua latina un linguaggio tecnico, fino a quel momento utilizzato solo in lingua greca. Più in profondità, questo ricorso al latino in un’epoca in cui il greco rimaneva la lingua tecnica per eccellenza, risponde, come in Lucrezio, all’esigenza di “uscire dall’ambiente ristretto degli specialisti e di rivolgersi a quello che oggi chiameremmo il pubblico colto” (P. Gros).

In Vitruvio l’utilitas continua ad essere una delle cause principali del progresso della specie umana, ma ciò che è decisivo per il conseguimento delle artes è la facoltà dell’ingegno umano di imitare la natura. La duttilità dell’ingenium nel piegarsi alle leggi della realtà e nel dedurre applicazioni immediate, genera in Vitruvio una grande fiducia nelle possibilità creatrici della mente umana e conseguentemente nel progresso, visto in una luce positiva in tutte le sue fasi.

4. L’uomo di Vitruvio , l’uomo di Lucrezio:
rapporto con la natura

La concezione dell’uomo nei due autori è inevitabilmente subordinata alle loro differenti posizioni nei confronti della vita e della natura. Così per Lucrezio la natura non ha origine divina né è subordinata alle credenze religiose sfatate dal verbo di Epicuro: I, 778-79 “Quare religio pedibus subiecta viccisim obteritur, nos exæquat victoria caelo” (perciò la religione messa sotto i piedi a sua volta è calpestata e la vittoria ci eguaglia al cielo). Come ogni elemento quindi, e come ogni essere vivente, anche l’uomo si è sviluppato autonomamente attraverso gli stessi meccanismi atomici e nel corso dei secoli si è evoluto obbedendo ad impulsi utilitaristici. Ma se inizialmente la conoscenza di salde e certe leggi di natura illuminate dal Maestro significa per Lucrezio liberazione dal timore del soprannaturale e dell’ignoto, con la trattazione nel VI libro dei fenomeni patologici della natura, quali temporali, uragani, terremoti, epidemie, ai “fœdera naturæ” si sostituiscono forze oscure e imprevedibili: l’uomo è solo un atomo di materia trascurabile e l’impossibilità di un suo totale controllo sulla natura lo schiaccia, e lo relega alla condizione di misero e di impotente sia esso quello dell’età primordiale che quello moderno.

L’uomo di Vitruvio: tavola IV dell ’edizione del 1567 del De Architectura (Biblioteca comunale di Formia)

L’uomo ha acquisito la facoltà per soddisfare i bisogni primari, ma si porta dietro un retaggio di inappagamento che apre la strada verso la decadenza morale, inevitabile conseguenza del sorgere delle ambizioni. In Vitruvio, invece, sembra che tutto possa essere spiegato dalla ragione; la natura non ostacola l’uomo, non minaccia la sua sopravvivenza. E nella visione ottimistica dell’“architetto” anche le tempeste improvvise si risolvono in qualcosa di positivo.

L’uomo di Vitruvio sembra privilegiato da quella stessa natura che in Lucrezio lo opprimeva; così comprende così quanto sia importante maneggiare oggetti, costruire, vivere civilmente. Tale progresso è inteso come processo di acquisizione di cui l’uomo è pienamente protagonista in quanto capace di competere con il suo simile e di migliorarsi. Il “præmium ab natura” non si limita alla maggiore abilità del fisico, ma si sostanzia di una particolare dote dell’intelletto che rende l’uomo “faber”, dominatore del mondo e artefice del proprio destino in adesione ai principi pratici della tradizione romana.

5. Diversa concezione del progresso in relazione ai presupposti ideologici
e alle diverse finalità delle opere

Sia Lucrezio che Vitruvio assumono una posizione di netto distacco rispetto alla tradizione letteraria e filosofica, la quale identificava la primitiva età dell’uomo con la mitica e felice età dell’oro. Questa si fondava sull’idea che l’uomo, a partire dalle sue origini divine, fosse decaduto da uno stato di primitiva felicità al malessere dell’età presente: entrambi operano un cosciente rovesciamento di questa tradizione mitica fissata da poeti e da filosofi. In Lucrezio il proposito di respingere la concezione dell’età dell’oro non gli impedisce di rappresentare la natura come generosa e benigna. Il progresso umano è visto in una dimensione tragica e insieme vera dell’uomo. Vi circola un’amara corrispondenza e antitesi fra presente e passato, tra la civiltà in cui il poeta vive, malata di ambizioni, di lusso e avida di ricchezze e quella civiltà primigenia di uomini miseri in un mondo selvaggio, ma sani e semplici.

Lucrezio non condanna né loda il processo evolutivo, ma si limita a mostrare la continua sofferenza della specie umana. Alla fine si rimane sconcertati dall’apparente dicotomia del suo pensiero: la storia non è altro che un’eterna alternanza di epoche con vantaggi e svantaggi. Amara è la conclusione: non c’è un’epoca ottimale e mai ci sarà. Il destino di pena persistente nel tempo è proprio delle dottrine “edonistiche” altrimenti non avrebbe trovato efficacia il messaggio salvifico della dottrina.

Si può facilmente intuire come abbiano influito sulle posizioni dei due scrittori l’argomento e le finalità delle loro opere. Lucrezio inserisce in un testo poetico di ambito filosofico il tema del progresso, mescolando le ragioni tecnico-filosofiche con il suo sentimento di anima travagliata nel tentativo, reale o illusorio, di operare una scelta che però non è in grado di fare, lasciando il lettore sospeso senza attribuire più meriti a un’età o a un’altra. Diversamente Vitruvio sa bene che esaltare il progresso vuol dire, anche se indirettamente, esaltare le scienze, nate e sviluppatesi da quello fra cui anche l’architettura, a cui attribuisce, inoltre, importanza particolare indicando il suo inizio e la scoperta del fuoco come le tappe fondamentali dell’evoluzione umana.

Comunque, non può essere dimenticata la grande differenza storico-culturale esistente fra i due: Lucrezio è un poeta e un filosofo, pertanto è chiaramente portato all’utilizzo di forme eleganti e liriche, in un ambito più teorico che pratico, eredità di Epicuro e dei Greci in generale; oltre a ciò, su di lui è netta l’influenza delle travagliate vicende storiche del suo periodo: visse, infatti, entrambe le guerre civili in prima persona e vide la fine della “res publica” e l’incertezza successiva a questa, che si trascinò avanti in una scia di sangue fino alla battaglia di Azio del 31 a. C., oltre venti anni dopo la morte del poeta.

Vitruvio, invece, è un architetto in cui è radicato il profondo pragmatismo tipicamente romano: il suo linguaggio non è certo forbito come quello di Lucrezio, ma piuttosto tecnico, presenta durezze e arcaismi, mentre lo stile è sobrio, asciutto e essenziale; il suo periodo storico poi, pur non molto distante nel tempo da quello di Lucrezio, è lontanissimo da quello per gli avvenimenti che lo hanno contraddistinto. Difatti, egli ha potuto beneficiare del periodo di pace portato da Augusto unito ad una rinascita e perfezionamento delle arti pratiche, dimenticate durante le guerre civili e tornate a nuovo splendore solo dopo la fine di queste.

Il frontespizio di un’altra edizione del De Architectura conservata nella Biblioteca comunale di Formia e risalente al 1758

Home