Villæ e piscinæ a Formia

Le testimonianze archeologiche permettono di datare intorno al II-I sec. a.C. il periodo più fiorente dell’attività edificatoria ed artistica a Formia. La mitezza del clima, l’equidistanza tra l’Urbe e la Campania, il paesaggio ameno fecero di Formia una meta ambita di soggiorno delle classi dominanti romane e dell’aristocrazia urbana.

Tra le numerose fonti letterarie a riguardo citiamo Simmaco che nella sua Epistola 8, 23 afferma : “Principium voluptatum de Formianu situ nascitur… pluscolos in eo litore dies deliciarum parcus exegi, tanta coeli salubritate et aquarum frigore” (L’origine dei piaceri nasce nel golfo di Formia… molti giorni di delizie trascorsi appagato in quel litorale, tanto grande è la salubrità del clima e la freschezza delle acque). Varrone e Columella ci dicono che davanti alle villæ maritimæ venivano talvolta costruite delle piscinæ salsæ o peschiere per l’allevamento di pesci prelibati di cui erano ghiotti personaggi romani che da essi presero il cognomen come C. Sergio Orata e L.L.Crasso Murena. Si spiega il numero elevato di peschiere a Formia (Varrone le definisce costosissime, Cicerone e Marziale le chiamano ironicamente piscinarii, ossia acquari) per l’abbondanza dei corsi d’acqua sorgivi lungo la costa. Tali allevamenti erano posti dove poteva avvenire l’acquatio, cioè la miscela di acqua dolce e salata preferita dai pesci.

Le peschiere venivano costruite con malta di calce e pozzolana, che indurisce in acqua, mista a pietrame, lo stesso materiale di cui ci parla Vitruvio per la costruzione dei moli dei porti: “ Il pietrame stesso è di natura compatta e solida e non assorbe l’umidità della malta, ma la conserva per un lungo periodo” (Vitruvio, De architectura, II, 6). “È necessario fissare casse sul fondale, costituite con pali di rovere e strette con catene. Negli spazi tra le casse il fondale deve essere ripulito e livellato con piccole travi poste trasversalmente rispetto a quelle delle pareti delle casse. Al di sopra di queste piccole travi, si dispone un riempimento con pietrisco e malta preparata con pozzolana e calce nella proporzione di 2:1. Infine superiomente si erigano le murature.” (Vitr., De Architectura, V, 12, 2 e 3).

Queste costruzioni erano generalmente rettangolari, lo spazio interno era diviso in tre o quattro scomparti, a loro volta suddivisi su schemi di losanghe e rettangoli. Le aperture erano munite internamente di cancelli dalle strette maglie (cataractæ) e di paratie che venivano abbassate in caso di mareggiate. Nel porto di Formia sono documentate due piscine, una visibile davanti ad una costruzione a volte sulla quale sorge la Villa Comunale, un’altra sepolta sotto il piazzale e il cavalcavia tra via Vitruvio e il porto (attualmente vi è la darsena “La Quercia”) davanti alla villa di Caposelice oggi coperta.

La peschiera posta di fronte alla Villa Comunale era divisa, all’interno, in tre grandi scomparti; quello centrale era a sua volta suddiviso in quattro grandi vasche rettangolari poste ai lati e da un’altra quadrata al centro. Nei due scomparti laterali erano iscritte due grosse losanghe che, a loro volta, formavano con i lati perimetrali della costruzione ulteriori otto vasche triangolari. In tutto 15 vasche di forme e dimensioni diverse.

A sinistra, vista in pianta delle due peschiere di Formia.

A destra i resti delle peschiere all'interno del porto di Formia.

Resti di impianti ittici sono ubicati nelle villæ prospicienti il porto Caposele, un ambiente di grande richiamo scelto dai Romani quando la moda delle ville portava a ricreare, in ambito urbano, soluzioni praticate im ambienti marini o campestri. Il porto insiste sull’antico scalo privato definito, ad occidente, da un gruppo di locali intorno ad un cortile quadrato, detti Grotte o Scuola di Cicerone; ad oriente, nell’attuale Villa Rubino, da una costruzione più vasta con stanze distribuite a pettine e due sale a volte sostenute da colonne, dette Ninfeo Maggiore e Ninfeo Minore, nelle quali si versa acqua sorgiva.

Il Ninfeo Maggiore ha pianta rettangolare con copertura a botte scandita da cassettoni, che scarica lateralmente su piattabande sorrette da due file di quattro colonne in laterizio di stile dorico. Nella parete di fondo c’è una nicchia rettangolare che ha, incassata nel pavimento, una vasca in cui sbocca l’acqua di una fonte retrostante coperta anch’essa da volta a botte, armonicamente fusa con il contesto.

Più ad est si trova il Ninfeo Minore, costituito da un vano quadrangolare con quattro colonne portanti agli angoli, soluzione che non ha riscontri precedenti e che, quindi, costituisce una novità assoluta. La vicinanza di queste due ville richiama i versi della V satira del poeta Orazio che, nel viaggio da Roma a Brindisi, al seguito di Mecenate per incontrare Ottaviano Augusto, si ferma a Formia: “Quindi stanchi sostiamo nella città dei Mamurra: Murena ci offre la sua casa, Capitone la sua cucina”.

A sinistra, resti del cosidetto Ninfeo Minore prima dei restauri borbonici (L.Rossini, Viaggio pittoresco da Roma a Napoli , Roma 1839, tav LIX)

A destra, la basis villæ con fronte a nicchie in località Vindicio (proprietà Lamberti) in corrispondenza della Tomba di Cicerone.È il probabile Formianum di Cicerone

Un’altra peschiera si trova nella parte orientale verso la Marina di Castellone; nella parte centrale ha due vasche rettangolari coperte dal muro di cinta di un giardino. Due piscinæ sono state individuate alle estremità della residenza a terrazze e portici sita in località Gianola: quella ad occidente si trova insabbiata nell’ansa tra il promontorio e la spiaggia di “Pescinola”, quella ad oriente si trova nella insenatura della scogliera del cosiddetto Porto di Gianola. Queste strutture per gli allevamenti ittici facevano parte di una sontuosa villa appartenuta ad un famoso personaggio della tarda età repubblicana, il formiano Mamurra, præfectus fabrum sotto Cesare in Spagna e in Gallia dove accumulò grandi ricchezze. Anche Plinio (Naturalis Historia, 36, 48) ricorda che Mamurra era proprietario di una sfarzosa casa sul Celio, la prima a Roma decorata in marmi.

E Catullo nei carmi 114-115: “Mamurra non a torto è ritenuto ricco per la vasta tenuta del Formiano”; “Mamurra ha più di 300 iugeri di prato, 40 di campi arati, il resto è mare. Perché non potrebbe superare in ricchezza Creso uno che di un grandissimo territorio possiede ogni bene, prati, campi, selve e paludi?”

La villa sul promontorio di Gianola è disposta in due bracci orientati specularmente culminanti in un edificio ottagonale detto “Tempio di Giano”; esso conteneva una fonte che alimentava nella villa bacini, fontane, terme, la cui acqua era accumulata in cisterne come quella centrale detta delle “Trentasei Colonne”. Le terrazze digradanti al mare, con lunghi portici, erano collegate da scale di cui una coperta detta “Grotta della Janara”.

A sinistra, la grotta della Janara.

A destra il cosidetto porto romano di Gianola (sullo sfondo il promontorio di Monre Orlando)

Il più illustre proprietario di una villa a Formia fu Cicerone; in varie lettere scritte ad Attico, il suo più assiduo corrispondente, si trova citato più volte il Formianum, luogo prediletto da Cicerone; da qui segue i fatti politici a Roma al tempo della guerra civile; qui lo raggiungono la moglie Terenzia e la figlia Tullia, nei pressi della sua villa trova la morte per mano dei sicari di Antonio. Forse si può identificare la proprietà di Cicerone in alcuni ruderi di una basis villæ con fronte a nicchie sul litorale di Vindicio, in corrispondenza della cosiddetta Tomba di Cicerone.

Le fonti letterarie indicano il Formianum nella parte costiera occidentale del territorio di Formia al confine con quello di Gaeta, nel punto in cui si allarga la piana di Pontone. Cicerone stesso scrive ad Attico (1,4): “Le statue che mi hai inviato in passato non le ho ancora viste, sono nel Formiano dove io penso di recarmi al più presto. Le porterò tutte nel Tuscolano e se avrò più possibilità ornerò la villa di Gaeta.” Evidentemente Cicerone chiama la villa sia Formiano che di Gaeta.

E Livio (10, 4,1): “E da Formia, il tempio di Apollo di Gaeta benedetto dal Cielo”. Anche Plutarco, nella Vita di Cicerone, (II, 47) dice: “La villa, piacevole per il tepore estivo in quanto esposta a gradevoli venti, ha un piccolo tempio di Apollo sopra il mare”. Cicerone parla dei suoi vicini: “Io qui non ho una villa, ma una basilica a causa della frequenza dei Formiani. Caio Arrio è vicinissimo e non vuol saperne di andare a Roma per stare qui con me a filosofare tutti i giorni. E dall’altra parte Sebosio, quello amico di Catulo.” (Ad Att. II,14). E ancora: “È arrivato nel Formiano il pretore Caio Sosio per cercare Manio Lepido, nostro vicino” (Ad Att. VIII, 6).

Nel 1754 Erasmo Gesualdo da Gaeta sosteneva che il Formianum si trovasse sul tratto della Via Appia tra Castellone (Formia) e Gaeta, presso il colle Acervara, davanti alla tradizionale Tomba di Cicerone. Un’iscrizione, ACERBA ARA, secondo il Gesualdo, si riferisce al nome del luogo dove trovò la morte Cicerone. A completare le informazioni sulle ville nel nostro territorio vanno ricordati i recenti scavi sulla Via Vitruvio che hanno portato alla luce i resti di un edificio i cui vani, presumibilmente, si connettono al complesso dei criptoportici che costituivano la basis villæ di una ricca dimora con piscina affacciata sul mare e ubicata al di sotto di Piazza della Vittoria.

Concludendo si può affermare che quelle sontuose costruzioni romane non rispondevano solo ad esigenze estetiche e decorative, ma ad utilità produttive e commerciali. D’altra parte esse sono una dimostrazione del gusto e della ricercatezza del patriziato romano ben attento ad una fusione dell’elemento umano nella natura.

Una veduta della cosiddetta Tomba di Cicerone, lungo la via Appia

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